Perdipiave

Andrea Zanzotto, "In questo progresso scorsoio"

Appunti letterari di Francesco Maino

Andrea Zanzotto, “In questo progresso scorsoio”

Lug. 25th | Posted by 0 comments

Tra la terza e la quarta tappa di Perdipiave, quando il nostro viaggio ci porterà tra Falzè di Piave, Conegliano e Refrontolo, cammineremo lungo le terre tanto care ad uno dei maggiori poeti veneti e italiani.
Parliamo di Andrea Zanzotto, nato a Pieve di Soligo nel 1921 e spentosi a Conegliano il 18 ottobre 2011 all’eta di 90 anni.

Andrea Zanzotto

Del poeta veneto potremo scrivere a lungo, tale è stata la sua produzione in versi, a cominciare, ad esempio, dalla raccolta “La beltà” del 1968 oppure dalla trilogia “Il galateo del bosco” (1978), “Fosfeni” (1983) e “Idioma” (1986). Tuttavia alla vigilia di Perdipiave ci piace portare alla vostra attenzione una conversazione di Zanzotto con il giornalista coneglianese Marzio Breda pubblicata da Garzanti nel 2009 con il titolo “In questo progresso scorsoio” (da notare il bellissimo aforisma del titolo).
Si tratta di un saggio molto interessante e profondo nel quale Zanzotto esprime l’angoscia delle riflessioni sul tempo presente e il suo lucido pensiero di ottantasettenne, parlando di emergenze climatiche e crisi ambientali, conflitti per l’energia e fondamentalismi religiosi, turbocapitalismo in panne ed eclissi degli idiomi minori.

“Vivere in mezzo alla bruttezza non può non intaccare un certo tipo di sensibilità, ricca e vibrante, che ha caratterizzato la tradizione veneta, alimentando impensabili fenomeni regressivi al limite del disagio mentale”.

“C’è un volano infernale che gira ed esaspera una certa idea di onnipotenza, una rivoluzione che invade i pensieri e che inquieta e alla quale bisogna opporre resistenza”.

“Oggi siamo alla mancanza del limite e alla caduta della logica, sotto il mito del prodotto interno lordo: che deve crescere sempre, non si sa perché. Procedendo così, la moltiplicazione geometrica non basterà più ed entreremo in un’iperbole, che ho sintetizzato in un aforisma di tre versi:

In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio”.

Dal 1963 Zanzotto, oltre a collaborare con numerose riviste tra le quali Questo e altro, L’Approdo letterario, Paragone, Nuovi Argomenti, Il Giorno, l’Avanti!, e il Corriere della Sera (la collaborazione con il quotidiano di via Solferino è proseguita fino a pochi anni fa), scrisse anche numerosi saggi critici, soprattutto su autori a lui contemporanei come Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Vittorio Sereni.
Da sottolineare anche il sodalizio con il celebre regista Federico Fellini incontrato per la prima volta nel 1970 alla presentazione del film “I clowns”. Nel ’76 Zanzotto collaborò al film “Casanova” per la parte dei testi in dialetto veneto, mentre nel 1980 scrisse alcuni dialoghi e stralci di sceneggiatura del film “La città delle donne” e nel 1983 scrisse i Cori per il film “E la nave va”, pubblicati da Longanesi insieme alla sceneggiatura del film.

Il poeta del Montello è un attento osservatore del paesaggio, della sua storia, delle sue bellezze incontaminate ma anche delle sue violente trasformazioni nel periodo del consumismo e del capitalismo sfrenato.

“E’ così. C’era, e c’è ancora, un salto piuttosto netto tra la gente “di qua del fiume” e la gente “di là del fiume”. Esistevano perfino delle stupide pretese di fissare differenze quasi antropologiche. Seppi poi il motivo remoto di quei ragionamenti, che un po’ giustificava certe presunte superiorità. Perché storicamente, mentre quelli che vivevano al di qua del Piave, sulla Sinistra Piave cioè, erano per lo più piccoli possidenti e commercianti di relativo benessere, al di là del Piave, lungo l’asse del Montello, stavano i cosiddetti bisnènt, poveracci che campavano di espedienti. Clandestini e spostati, considerati mezzi briganti (che erano magari dei mazzaròi, nani sempre pronti ad allungare le mani sulle ragazze) rifugiati lì chissà quando e in fuga da chissà che cosa”.

“E’ stato sempre la meta di tante mie escursioni e vagabondaggi, il Montello. Fin da ragazzo, prima che il suo grande bosco diventasse per la mia poesia un bosco anche stilistico, e infatti l’accumulo di stili presente in quel libro era icona del bosco stesso. Ci si arrivava attraverso un passaggio di barche a Falzè e subito si entrava in un groviglio di verde, intricato e metamorfico, a tratti dirupato, che con i suoi alberi, sassi, acque e forre (in qualche caso le chiamavano “bus delle fate”) aveva un respiro preistorico. Una selva incorniciata dalle colline e dalle Prealpi dipinte dal Giorgione e che qua e là si apriva su luoghi particolari, tali da accendere ogni tipo di fantasia”.

Andrea Zanzotto mi ha folgorato con la parola gnessuloco, nessun-luogo, ossia la declinazione poetica del bosco (del Montello) di fronte a Falzè di Piave, dove l’anno scorso io e il mio compagno di viaggio, Lele Marcassa, ci siamo tuffati in una pozza del fiume, sfidando i ragazzini maestri di acrobazie; vorrei dire che quel bosco, adesso che siamo “nel mezzo del cammin di nostra vita”, (abbiamo compiuti infatti i 40 e i 38), ci permetterà di perderci, è quello che vogliamo fare, tutto sommato, in questa nostra e vostra spedizione, ci ritroverà la poesia del fiume, l’immediatezza, la bellezza dei magnifici ragazzi e ragazze che vorranno aiutarci a capire chi siamo, e quanto ancora abbiamo da dare…
Avanti tutta Perdipiave!

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